F.A.Q. – Domande frequenti

Ecco le risposte ad alcune domande frequenti che mi rivolgono i pazienti:

Il Podologo è esperto di tutte le patologie ungueali ed è abituato a intervenire in casi di unghia incarnita, anche in stadi gravi: un intervento tempestivo del Podologo può infatti evitare la soluzione chirurgica, considerata come ultima opzione terapeutica. 

Il tempo riveste un ruolo fondamentale: più aspetti a farti visitare o a far visitare tuo figlio, più l’infiammazione e il dolore aumentano, per cui è consigliabile rivolgersi il prima possibile al Podologo, evitando rimedi fai-da-te che possono dare un beneficio apparente e immediato, senza però risolvere completamente il problema.



La causa più comune è un taglio scorretto dell’unghia unito ad altri fattori predisponenti come la conformazione dell’unghia (unghie a pinza); l’iperidrosi (eccessiva sudorazione del piede); traumi derivanti da attività sportiva o da utilizzo di scarpe a puntale rigido come quelle antinfortunistiche o da trekking; infine,  un altro fattore predisponente è l’ipertrofia dei cuscinetti laterali (quando la pelle copre parte dell’unghia).

Durante la prima visita si può avvertire un po’ di dolore, direttamente proporzionale allo stadio di infiammazione: più l’unghia incarnita è infiammata, più la sensazione potrebbe essere amplificata. 

Va precisato però che molti pazienti riferiscono un beneficio importante in termini di riduzione di dolore già dopo la prima visita, e altri dopo soli 2-3 giorni. 

Purtroppo il Podologo non può (per legge) eseguire alcun tipo di anestesia, ma può comunque usare altri rimedi contro il dolore come il ghiaccio spray.

Il Podologo per prima cosa deve informarti sullo stadio di gravità dell’unghia incarnita, sulle modalità di intervento, le alternative possibili, ma anche su rischi e benefici del trattamento. 

Dopo aver ottenuto il consenso informato, procede alla rimozione di parte di unghia incarnita (spicula ungueale) ed esegue una medicazione in accordo con te, in modo tale che sia più congeniale alle tue esigenze cliniche ma che ti permetta anche di svolgere in tranquillità le normali attività quotidiane. 

Infine si imposta una visita di controllo a cadenza settimanale fino a quando non si raggiunge la guarigione completa.

Solitamente non meno di 3-4 sedute, ma dipende da vari fattori: gravità dell’unghia incarnita, esecuzione corretta delle medicazioni, rispetto delle indicazioni date dal professionista (evitando per esempio di bagnare la medicazione andando in piscina o al mare).

La recidiva è un evento non così raro, poiché spesso si verifica in chi presenta dei fattori predisponenti (di cui ho parlato nella risposta n.2).

Il Podologo riveste un ruolo fondamentale anche nella prevenzione della recidiva: da parte mia, seguo il paziente anche dopo la guarigione optando, se necessario, per soluzioni podologiche che evitino nuovi incarnimenti (come la rieducazione ungueale).

Un’ortesi plantare è un dispositivo medico, comunemente chiamato “plantare”, progettato per essere inserito all’interno delle scarpe per migliorare la funzionalità, la postura e l’allineamento dei piedi.

Le ortesi plantari sono realizzate con vari materiali come il polipropilene, la resina, l’eva o il poron personalizzando la scelta degli stessi in base alla sintomatologia, all’età, alle patologie diagnosticate. 

Il plantare è indicato per qualsiasi tipo di paziente (dal bambino sopra i 10 anni fino all’ adulto) in primis per qualsiasi dolore sul piede, ma ovviamente impatta anche sull’area corporea superiore (soprattutto il ginocchio) e può prevenire lo sviluppo di altre patologie.

Tra le patologie principali motivazioni per cui viene impiegato: fasciopatia plantare, metatarsalgia, neuroma di morton, alluce valgo e rigido.

Negli ultimi anni, la stampa 3D ha rivoluzionato il settore medico, trovando applicazioni sempre più ampie in campi come l’ortopedia e l’odontoiatria.

Grazie alla scansione digitale di parti specifiche del corpo, come denti, segmenti ossei o vertebre, è possibile creare protesi altamente personalizzate e biocompatibili, che riproducono con estrema precisione le caratteristiche anatomiche del paziente.

Questa tecnologia avanzata è stata adottata anche in ambito podologico, dove viene impiegata per la realizzazione di plantari su misura, offrendo supporti individualizzati per migliorare la funzionalità e il comfort del piede.

Dopo l’acquisizione dell’impronta del piede mediante scanner 3D, viene progettato un plantare totalmente personalizzato grazie ad un software dedicato, e il file finito viene poi mandato in stampa. La tecnologia di stampa 3D a estrusione di materiale utilizza un filamento continuo di materiale termoplastico come materiale di base di stampa: il filamento viene depositato in più strati (layer) fino a realizzare un vero e proprio plantare finito.

Viene eseguita una presa d’impronta utilizzando una schiuma fenolica o una benda gessata (calco negativo).

Il gesso viene poi colato dentro la scarpina ottenendo il positivo, cioè il calco del piede in gesso, che viene poi lavorato dal professionista al fine di realizzare un plantare preciso e personalizzato per il paziente.

Ovviamente no!

Come tutte le terapie ha una durata e un utilizzo che si concorda con il professionista: per esempio in fase acuta di dolore viene utilizzato spesso, soprattutto se si rimane molto in piedi o per lunghe camminate.

Tendenzialmente il plantare va indossato con scarpe da ginnastica, ma non solo.

Il plantare per funzionare correttamente necessita di una scarpa adatta: spaziosa, con un buon contenimento nella zona del tallone, ma flessibile a livello dell’avampiede. Qualsiasi utilizzo in calzatura sportiva o tecnica viene comunque valutato con il professionista direttamente in fase di visita.

Proprio perché si tratta di un presidio totalmente personalizzato, il plantare tiene conto delle esigenze specifiche del paziente: per esempio per un diabetico vengono utilizzati materiali che rispettino l’integrità della pelle fragile, per uno sportivo materiali più tecnici.

Questa è una domanda che mi viene fatta spesso dai miei pazienti.

Questo perché la rigidità di per sé speventa e viene vissuta a priori come un aspetto negativo. In realtà la risposta corretta è che dipende. Dipende da tanti fattori: da che tipo di paziente abbiamo davanti, da quanto vogliamo correggere quel piede, da quale spinta vogliamo dare, dal peso del paziente… insomma, da tutte quelle informazioni, specifiche e personalizzate, che il professionista può raccogliere solo dopo una visita accurata.

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